venerdì 8 febbraio 2019

📝 8 febbraio 2019



Questa è una cartolina in bianco e nero che nonna tiene in una scatola rossa tra le foto di famiglia.
La foto è stata scattata vicino alla piazzola da cui io, da un paio d'anni, mi fermo a fotografare.
Con nonna non siamo riuscite a collocare la cartolina nel tempo. È una cartolina vuota, senza mittente né destinatario.
Quando arrivo e quando vengo via da Monteguidi mi convinco sempre più che questo paese non abbia ancora finito di dirci qualcosa e che soprattutto si meriti più attenzione da parte di tutti.
È vero, non ci abito più, ma il bene che sento per queste quattro case è indiscutibile.
Per orgoglio però - come solo i Dini - spesso fatico ad ammetterlo. 


venerdì 1 febbraio 2019

🔗 Patchwords #1 - I libri di Gennaio




Sì, so che cosa state pensando: anche questa volta Ambra non è riuscita a portare a termine un progetto. Lo so, ma converrete con me che non aveva molto senso tenere sul blog il resoconto delle letture degli ultimi tre mesi del 2018. 
Meglio ricominciare. 

Però prometto che andrà meglio...
Non ridete perché vi sento!


Per chi fosse nuovo da queste parti, andrà ora in onda una mini spiegazione.

Che cos'è Patchwords
Patchwords è - sarà - la rubrica in cui, mese per mese, elencherò i libri acquistati ed i libri letti, sperando che il numero di quelli acquistati si aggiri intorno allo zero e il numero di quelli letti intorno al due.
Posso farcela! 

Due anni fa, dopo la lettura di Sono tutte storie (edito Guandadi Nick Hornby - da cui ho scopiazzato l'idea - ho iniziato ad appuntare mensilmente i titoli dei libri acquistati e i titoli dei libri che effettivamente riesco a leggere in trenta giorni. 
Non è una gara, mi piace soltanto ricordare le letture. 

In Sono tutte storie sono raccolti gli articoli pubblicati sulla rivista The Believer in cui, mese per mese, Nick Hornby cita i libri acquistati ed i libri letti, accompagnati dal suo solito tagliente commento. 

Ma veniamo a noi!
Devo dire che Gennaio è stato un mese ricco di ottime letture.
Sono tornata alla letteratura italiana del Novecento, ho letto due recenti novità - sempre italiane - ed il mio secondo titolo edito Iperborea


Libri acquistati


La figura di George Orwell esercita un certo fascino su di me perché sento che potrei imparare molto leggendo i suoi scritti. Per adesso di suo ho letto soltanto La fattoria degli animali, ma prima di buttarmi in 1984 credo che leggerò questo suo testo di non-fiction che, come ben si capisce dal titolo, parla di libri e di letteratura. Libri sui libri: un must per ogni lettore!
Ho frequentato il Liceo Classico e mai, dico mai, avrei pensato di acquistare il libro di un fisico. Ma anche nelle persone più impensabili si nascondono delle sorprese. 
Infatti, dopo aver letto la frase che trovate qui sotto, ho sentito dentro di me una scintilla che mi ha costretta a comprare un suo titolo.
Ve ne parlerò, spero bene!

Studiate accanitamente quel che più vi interessa nel modo più indisciplinato, irriverente e originale possibile.
Richard Feynman 



Libri letti



Un prosatore a New York è stato il mio secondo titolo edito Iperborea
Il primo che ho letto è stato Il nostro bisogno di consolazione, di Stig Dagerman: stupendo! 
Purtroppo non posso dire lo stesso di Un prosatore a New York che sono certa di non aver compreso per via dell'ambientazione nordica e di un senso dell'umorismo insipido e poco efficace.
Mi ha lasciato poco o niente. 
Già mi batte il cuore!
E' stata una delle letture più belle ed emozionanti di tutti i miei anni da lettrice.
Vita e letteratura che si intrecciano. 

Per tanti, La ragazza di Bube può apparire come una semplice storia d'amore ambientata nel secondo dopoguerra in Toscana, raccontata con un linguaggio altrettanto semplice.
Ma la bellezza, per me, sta proprio in questo: nella semplicità e nella verità che traspaiono.

Ma c'è dell'altro.

La ragazza di Bube è stato il libro che più è stato citato durante i miei discorsi con nonno Ferruccio e nonna Silvana. Perché? 
Perché è ambientato, in parte, proprio a Monteguidi. Sì, quel paesino che spesso rammento tra queste pagine. 
E perché la protagonista, Mara, in realtà era una signora molto legata alla nostra famiglia.

L'altra sera, davanti al fuoco, ho detto a nonna di aver letto il libro. 
Le ho parlato della storia raccontata nel romanzo, mentre lei mi spiegava come era andata realmente la vicenda: 
"Se vuoi sapere di più devi chiamare zia Bianca perché la vera Mara ormai non c'è più!"

Monteguidi, Cavallano, Colle, Poggibonsi e Volterra. Tutti paesi che vivo quotidianamente e che adesso, grazie alla penna di Cassola, brillano di una luce diversa.

E poi il personaggio di Mara, una donna coraggiosa, testarda, risoluta e dall'animo buono, che decide di aspettare il suo Bube e di tenere duro anche per lui.

Grazie, Cassola!

Quando ho saputo che sarebbe uscito un libro sui libri mi aspettavo una lettura leggera, di intrattenimento. Sbagliato!
A libro aperto è tutto tranne che un libro di intrattenimento.

Ho letto A libro aperto nel periodo esatto in cui mi domandavo perché mi piacesse leggere e perché alcuni libri risiedessero nel mio Olimpo personale ed altri no. 
Non riuscivo a dare un nome a tutto questo, a darmi una spiegazione che riuscisse ad accomunarli tutti. Ma poi ho fatto caso ad una cosa. 

Quando leggo quei libri che stanno lassù sul monte degli dei, sento un brivido lungo la schiena. 
Non sto scherzando! 
Quando leggo uno di quei libri inizio a sentire una scossa lunga la schiena e mi sento immediatamente felice ed elettrizzata. Allora penso: eccone un altro che si aggiunge!

A libro aperto è il libro per tutti coloro che vivono una seconda vita tra i libri. 

Si cresce con i libri, si pensa con i libri. Ci innamoriamo. Ma soffriamo anche, con i libri.

A libro aperto è il percorso di crescita di un lettore. E' il pensiero intorno all'oggetto libro inteso come mare, coltello e corpo.

Ne uscirete con una lista di nuovi libri da leggere che potranno diventare a loro volta uno di quei libri.

Giacomo Mazzariol. Classe 1997. 
Per me è sì! Ti voglio già bene, Giacomo!

A luglio 2016 ho letto Mio fratello rincorre i dinosauri (tutti editi Einaudi). 
Ero sola a casa di mia nonna al mare e avevo voglia di una lettura leggera. 
Vado al supermercato (i migliori incontri libreschi li ho sempre avuti al reparto frigo) e lo scelgo. 

Mio fratello rincorre i dinosauri è la storia autobiografica di Giacomo e del fratellino Giovanni che ha la sindrome di Down. 
Con tutta la sincerità del mondo, Giacomo racconta che quando è nato Giovanni lui aveva cinque anni e voleva un fratello con cui condividere i giochi. 
Presto scopre però che Giovanni ha bisogno del suo tempo e che, forse, tante cose non sarà in grado di farle. 
Soprattutto, Giacomo si accorge che Giovanni è diverso dai fratelli degli altri bambini.

Questo mese però ho letto Gli squali

Salto di qualità! Da una storia vera ad un romanzo, sebbene creda che qualche tratto autobiografico si intraveda anche qui.

E' la storia di Max, un adolescente che abita nella provincia veneta, che da un giorno all'altro si ritrova catapultato nel mondo degli adulti grazie ad un'app da lui inventata. 
Con qualche difficoltà, Max cercherà di mantenere l'equilibrio tra le sue due nuove vite, tra qualche invidia e nuovi amori. 

Siamo d'accordo che non siano alta letteratura, ma io ho fiducia in Giacomo (ti ho già detto che mi stai simpatico?) e sono pronta a leggere altro.  

La luna e i falò è diventato uno di quei libri
Non solo ho sentito il brivido lungo la schiena, ma mi sono anche chiesta: "Ma cosa c'era nella testa di Cesare Pavese?"

Tac! Da domani sul mio comodino ci sarà Il mestiere di vivere, il diario che ha tenuto dal 1935 al 1950, pronto per essere sottolineato, scritto e studiato.

Non vi dirò che cosa rappresentano la luna e i falò per Anguilla, il protagonista, ma vi dirò che cosa sono la luna e i falò per me.

Sono il rumore della caldaia di nonna quando si accende, il motore del taglia erba e il tubare delle tortore. 
Sono la voce di nonno che chiama Lillina, il tintinnio del collare di Yorky e le fusa di Leo. 
Sono Sara che mi dice di non darle fastidio. Sono l'aria che sa di mare.
Sono il silenzio sotto la neve.


La luna e i falò sono il paese in cui tornare. 

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese, La luna e i falò 


[Direi che per Gennaio abbiamo finito. 
Facciamo così: il primo sabato di ogni mese continuerò ad ammorbarvi con le mie letture.
Contenti? : ) ]

martedì 29 gennaio 2019

📝 Perché ti piace leggere?


Per chi mi conosce bene sa che sin da quando ero una bambina i libri hanno avuto sempre un ruolo fondamentale nella mia vita. 
Ricordo che quando abitavamo tutti nella casa a Monteguidi, nel corridoio che porta alle camere c'era un grande armadio bianco che conteneva un po' di cianfrusaglie, le camicie di babbo per andare a lavoro, la divisa bianca di mamma, e qualche libro, riassumibili in: una Bibbia, un'enciclopedia rossa in ventitré volumi, un libro illustrato sulle piante mediche e il diario di Galeazzo Ciano.

Tutto qui. 

Adesso mi chiedo come io abbia potuto avvicinarmi alla lettura, dato che in casa avevo da leggere solo questo. 
Per carità, l'enciclopedia era anche interessante, talmente interessante che ebbi la brillante idea di sottolineare con l'evidenziatore alcune parti. 
Vi lascio immaginare la reazione dei miei genitori: felicissimi!

L'altro giorno, presa dai ricordi e dalle parole, ho ripercorso i miei anni da lettrice, partendo dall'infanzia. 

Quando ero piccola nessuno in famiglia mi ha mai parlato di quanto fosse importante leggere, né ho avuto un modello da imitare. Ho iniziato a leggere e basta. 
Dalle immagini delle vocali appese in aula (A come ape, E come elefante, I come imbuto, O come orologio, U come uva), per poi passare alle sillabe e alle parole, dall'età di sei anni ho sempre avuto un libro per le mani. 
Ricordo una mattina in cui mamma avrebbe dovuto portarmi a scuola in macchina, ma io continuavo a leggere mentre con le mani cercavo di legarmi i lacci delle scarpe. 

Fino all'età di quindici anni la lettura ha rappresentato un semplice intrattenimento. Romanzi, libri per ragazzi. Insomma, niente di così impegnativo. 
Non sono stata una lettrice precoce che a undici/dodici anni leggeva i classici o cose simili.


Il mio approccio alla lettura è cambiato durante i primi anni di liceo. Il semplice intrattenimento non mi bastava più. Volevo altro.
Il primo libro che ricordo di aver letto con una mentalità diversa è stato L'eleganza del riccio, di Muriel Barbery. 
Ricordo di averlo acquistato nella libreria del paese qui vicino e che mia mamma era felicissima di confessare al libraio di avere una figlia lettrice: "Sa, Ambra legge di tutto. Le piace proprio tanto!
Paloma e Renee sono stati per tanto tempo i miei personaggi di riferimento: Paloma, una ragazzina di undici anni curiosa, saputella e sfacciata; e Renee, una donna che nasconde la propria cultura sotto le vesti di una portinaia antipatica e goffa. 
Ancora oggi quando mangio una barretta di cioccolata mi viene in mente Renee che, dopo cena, ne mangiava una tavoletta intera leggendo alta letteratura. 

In quegli anni ho sentito che qualcosa dentro di me cambiava dopo alcune letture e se ne accorgevano anche le persone intorno a me, in particolare un mio amico che mi disse: 
"Tu cambi personalità in base ai libri che leggi!"
Non so bene che cosa intendessimo a quell'età con il termine personalità, ma lì per lì io gli dissi che non era vero.

Con gli anni mi è capitato di ripensare a quelle parole e devo dire che forse quel ragazzino ci aveva visto lungo.
Nel corso degli anni sono cresciuta come lettrice ed è cresciuto anche il mio approccio alla lettura.
Con più precisione, ho iniziato a cercare un qualcosa tra le pagine e quel qualcosa sono io: 
nei libri, io ricerco me stessa. 
Ve ne cito giusto tre: Perché essere felice quando puoi essere normale?, Jeanette Winterson; Le piccole virtù, Natalia Ginzburg; Memoria di ragazza, Annie Ernaux.
Uno mi ha spinta a lottare e a continuare quando credevo di essere un caso perso. Uno mi ha ricordato l'importanza di ricordare. L'altro mi ha detto di scrivere.

Questi libri sono stati in grado di fare una cosa: leggermi. 
Un libro che legge il lettore, come dice Massimo Recalcati (A libro aperto).

Perché la lettura di un libro rappresenta un dialogo e un incontro.
Un incontro che non necessariamente ci pone di fronte alla parte più zuccherata di noi, ma che è in grado di mettere in risalto anche le ombre che più ci ostacolano.  

Uno per tutti: Il posto di Annie Ernaux, un libro capace di causarmi un male autentico. 
Il rapporto tra un padre ed una figlia raccontato nel modo in cui avrei e sempre vorrò raccontare io.


Credo che la risposta più adatta alla domanda perché ti piace leggere? sia proprio questa:
mi piace leggere perché la lettura mi rende trasparente ai miei stessi occhi.
Grazie ad alcuni libri, io non sono più in grado di nascondermi. I libri mi leggono e mi aiutano ad interpretarmi, rendendo la lettura una cosa intima e mia. 

La nostra esperienza di lettura è solo e soltanto nostra. 



Le prossime letture


domenica 27 gennaio 2019

📝 6 gennaio 2019




Mi è sempre piaciuta la tavola apparecchiata per le feste, in rosso.

Sotto le feste la casa a Monteguidi si riempiva di gente: sorelle di nonno, zii e cugini. Non necessariamente per mangiare insieme, ma anche soltanto per consegnare un pensiero e per scambiarsi i migliori auguri.

Si allargava il tavolo di cucina, si stendeva la tovaglia rossa con i ricami in bianco e si posizionava il servito buono, quello per le feste: piatti e piattini, bicchieri e forchettine da dolce che durante l'anno avevano riposato nel mobile di cucina. 
Non avevamo un segnaposto con il nostro nome stampato sopra perché tutti sapevamo quale fosse il nostro posto, la nostra sedia e il nostro vicino: noi piccini vicino al fuoco, i grandi vicino ai fornelli.

La mattina del 25 dicembre Sara, Dario ed io indossavamo i vestiti nuovi e andavamo alla Messa dove puntualmente la gente di paese ci chiedeva che cosa nonna avrebbe cucinato di buono.

Nonno mi guardava seduto dalla sua postazione capotavola e mi chiedeva sempre se stessi mangiando perché non ero mai vicino a lui. Ovviamente sì, stavo mangiando, e parecchio!

Con gli anni sono cambiate le tavole e con loro i vari commensali. Si continua a brindare facendo incontrare tra loro i bicchieri di spumante, ben attenti a non batterli tra loro. 
Si ride e si raccontano storie passate. 
Si fanno progetti: un viaggio, un nuovo lavoro. 
Si spera di condividere ancora una volta tutti insieme quella tavola, memorizzando, con l'aiuto di un segnaposto, la nostra nuova postazione.




📝 3 gennaio 2019




Secondo Wikipedia, nel 2011 a Monteguidi eravamo in centoquarantaquattro. 

Ci possiamo contare sulla dita delle mani. 
Siamo persone che si stringono l'un l'altra, soprattutto nei momenti di dolore.
La casa che si riempie di voci che ti augurano di stare bene e che tutto andrà meglio appena ti sarai ripreso.

Io abitavo al numero 1, convinta di essere il primo cittadino di Monteguidi. 


Quella in foto è la casa dei miei nonni.


Quando ero una bambina e poi un'adolescente spesso rimproveravo ai miei genitori di non aver scelto un posto migliore dove abitare, un posto più vicino al cinema e ai miei amici.

Ho letteralmente odiato quelle cento case che mi isolavano da tutto e non nego di aver sentito un pizzico di felicità quando cinque anni fa metà della famiglia si è spostata da un'altra parte. 
Ingenuamente ho creduto che quella fosse la scelta giusta per tutti e che in un modo o nell'altro mi sarei affezionata anche alla nuova casa, se non di più.

A volte fa un po' male tornare nei luoghi in cui tutto è cominciato e poi finito, ma ci fai l'abitudine e ti convinci che tutto quello che è successo fosse inevitabile. Doveva andare così.

L'aspetto positivo, la cosa piccola ma buona, è che cerchi ogni volta di accantonare il presente un poco buio per ritrovare la luce dei vecchi ricordi.

Quando in quella casa si è mangiato in dieci intorno ad una tavola; quando nonno tornava con i secchi di legna; quando nonna cuciva in quella terrazza guardando la gente che passava; quando mi nascondevo dietro la porta di cucina per spaventare nonno; quando un anno Pasqua cadde il giorno del compleanno di Sara e noi piccini, soprattutto Sara, eravamo felici il doppio; quando nonno guardava i film di cowboy mangiando le noci o i lupini davanti al fuoco; quando alla domanda come va, nonno rispondeva sempre tutto okay anche se forse tutto okay non era.

Ora aspetto la primavera per rivedere nonna seduta in terrazza a cucire, a guardare la gente che passa e a curare i fiori.

Adesso ogni volta che vado a Monteguidi scatto una fotografia al paese da una curva lontana.

Le stagioni se ne vanno via velocemente ma le persone restano ed è sempre un piacere contarci.

📝 8 dicembre 2017




Oggi sono stata a pranzo dai miei nonni, con mia sorella e babbo.
Abitano nel paese in cui sono cresciuta, una manciata di case che riscaldano persone intorno ai loro camini accesi.

Anche i miei nonni hanno un camino.
Fino all'anno scorso, mio nonno scendeva nella cantina per riempire un secchio di legna, con il giubbotto di velluto a righe e il cappello che per me era da cowboy, ma crescendo ho capito che era un semplice cappello verde ma elegante che lui indossava per uscire di casa.
"Nonno, copriti bene perché prendi freddo!", e si chiudeva la porta alle spalle.
Rientrava in casa con il secchio pieno di legna ed i soliti due ciocchi che portava sotto braccio.
Li accatastava accanto al camino, nell'angolo vicino alla porta del terrazzo.

Nonna invece cuciva. Mi ha sempre consigliato di imparare a cucire, perlomeno ad "attaccare un bottone alla camicia di tuo marito". Io mi sono sempre rifiutata.
Lei cuce da anni vicino al camino con le gambe distese vicino al fuoco, o seduta sul divano con la luce del sole che entra dalla finestra alle sue spalle.
Ci hanno fatto mettere anche le inferriate alla finestra, perché loro sono anziani, di notte vogliono stare tranquilli.


Quando mia mamma aveva mia sorella nella pancia, io dormivo con i miei nonni nel loro lettone matrimoniale. Stavo nel mezzo, nonna mi cullava, mentre nonno si addormentava di traverso ed io a nonna le dicevo: "Nonno mi fa il cancello!" "Ferruccio, fai entrare anche Ambra!", e finalmente ci addormentavamo tutti e tre, in attesa di quella sorellina che avrebbe invaso altro mio spazio.


Oggi nonna mi ha chiesto se vado mai in chiesa. Io le ho detto di no e lei mi ha risposto che qualche volta sarebbe opportuno andare. "Per me era un modo per levarmi di casa. Mi mettevo i vestiti buoni e uscivo."


All'età di cinque o sei anni, quando per il pranzo della domenica nonna preparava il pollo arrosto per tutti, io salivo su una sedia piccina, come quelle dell'asilo, e stavo accanto a lei ad osservare. Mi piaceva impepare e salare il pollo, metterci la salvia e il rosmarino. Era un momento nostro che tuttora ricordiamo con allegria.


Un giorno mio padre mi sgridò fortissimo ed io decisi di andarmene di casa. Gli urlai contro: "Io vado via! Non voglio più stare con voi!" e riempii una valigia. Avevo soltanto un posto dove correre al riparo: casa dei nonni, al piano di sotto.
Nonna mi accolse chiedendomi di raccontarle che cosa fosse successo ed io le dissi che avevo litigato con babbo e mamma e che avevo intenzione di non abitare più con loro, bensì con lei e mio nonno, nella cameretta in cui 25 anni prima aveva dormito mio padre con mio zio. Ebbi una nuova casa per un giorno, poi tornai al piano di sopra, accontentando i miei genitori che comunque sapevano che avrei risalito le scale molto presto.


Quando era l'ora di fare merenda, mia nonna mi chiamava dal terrazzo e mi preparava pane e pomodoro. Lo faceva tutto a pezzettini e me lo portava sugli scalini di casa, dove io consumavo la merenda con una forchetta mini ed un tovagliolo per pulirmi la bocca.








Tra mio nonno Ferruccio e mia nonna Silvana, io somiglio a mio nonno.
Tante volte mio nonno ed io ci capiamo con uno sguardo.
Tante cose preferiamo non dirle e se soffriamo lo facciamo in silenzio.
Tante volte quello che lui non dice io lo sento, so cosa vorrebbe dire, ma per orgoglio o per fragilità, tace.
Nei nostri attimi di silenzio non c'è imbarazzo perché quel silenzio è nostro, lo abbiamo scelto e ci stiamo comodi.
Da mia nonna ho imparato a prendermi cura dell'altro, a rimboccare le coperte a mia sorella e a scrivere in corsivo la N come una U e la M come una doppia U, come fanno i grandi. Ma non ho mai imparato a cucire.

🌈 Doposkuola, quello con la K


Seicentodieci giorni. Seicentodieci giorni. 


In matematica non sono mai stata formidabile, ma se la calcolatrice non mi inganna ho passato SEICENTODIECI giorni della mia vita dentro il Doposkuola.
La K è nel posto giusto, non è un errore di battitura. Esiste davvero un doposcuola con la K.

Ho messo piede per la prima volta al Doposkuola nel 2015, durante il periodo di tirocinio. 
Ricordo perfettamente che mi affacciai in questa stanza enorme piena di luce, le cui pareti erano piene dei disegni dei bambini. 
Dentro c'erano dei ragazzi che facevano i loro compiti e ad aiutarli qualche mio coetaneo. 
Ricordo di aver pensato: "Questo sì che deve essere un posto magico. Uno di quelli che piace a me!"
Dopo quel pomeriggio me ne andai e per un altro anno intero non ne sentii più parlare, fino a quando non decisi di presentare la domanda per il Servizio Civile. 


Turismo dei mestieri
Con la paura di non essere all'altezza ma con la convinzione di avere qualcosina da dare e da condividere, presentai la domanda e il 26 aprile 2017, alle 14:00 in punto, ho varcato per la prima volta la soglia del Doposkuola
Ho ritrovato i disegni dei bambini, i cartoncini con le regole delle potenze e dell'analisi grammaticale attaccati alle pareti e la gigantografia degli educatori - per me ormai famosi - Marco e Francesca che avevo conosciuto durante i tirocini passati. 


Caccia al tesoro 

Dopo i primi giorni mi era chiaro che al Doposkuola non avremmo fatto solo i compiti e imparato poesie a memoria. 
Sì, ci sarebbero stati, ma dietro ad un'espressione di matematica o ad un testo di italiano ci sarebbero stati anche tanti altri mondi da scoprire. 








In seicentodieci giorni ho conosciuto una quantità di ragazzi e bambini che mai avrei pensato. 
Ho sentito con le mie orecchie delle storie orrende, pesanti, che spesso mi hanno costretta a rimettere in discussione quello che volevo fare da grande, perché quelle storie mi arrivavano dritte alla pancia e facevano male.
In quei momenti ho capito che sarebbe stato inutile parlarne intorno ad un tavola con la mia famiglia perché quelle storie possono essere comprese solo da chi le ha sentite, ma soprattutto ascoltate.

Ascoltare Ã¨ stata la parola di questi mesi. 
Pronta ad ascoltare: una parolaccia per poi dire no, non si dice; una richiesta di aiuto; il dolore e la felicità. 

Credetemi, ascoltare è veramente una delle cose più difficili al mondo e non a tutti riesce. 
In un posto del genere è ancora più difficile perché in un modo o nell'altro ti mette alla prova. 
Devi ascoltare una persona che in quel momento ha il bisogno di dire una cosa e proprio in quel momento ha te di fronte. A volte si riesce a scappare, altre no. 
Devi essere pronto ad accogliere, rielaborare e cercare di non toppare nella risposta che darai perché lì è probabile che tu ti giochi tutto. 

Poi, mica si ascoltano solo le parole. Sarebbe troppo facile. Si ascoltano le espressioni del viso e i silenzi che si tenta di imparare a rispettare. 

Si trova il coraggio di dire ad un bambino che continuerai a volergli bene comunque, anche se ti sta graffiando le braccia e sta tentando di prenderti a calci. Ma in quel momento, il suo unico modo di dirti che soffre è quello. E tu ascolti cercando di contenere la rabbia di quel momento. 

Ho imparato tanto durante questi mesi. Ho riso tanto, mi sono commossa. Ho fatto qualche passo avanti ma anche tanti indietro, cercando di capire dove stessi sbagliando. 
Il Doposkuola mi è servito a mettere insieme alcuni pezzi, a capire che cosa voglio sperimentare nella vita e che tutti abbiamo bisogno di una seconda possibilità. 


Mostra fotografica RiScatti


Ci sono delle immagini e delle parole che non scorderò mai ma che vale la pena appuntare:
1. Quando un bambino di otto anni si è presentato per la prima volta alla mamma affidataria.
2. Quando un ragazzo delle superiori ci ha raccontato che alle elementari teneva in tasca la figurina di un calciatore del Milan e la mostrava ai compagni quando gli chiedevano che squadra tifasse perché non ne ricordava il nome. 
3. Quando durante il laboratorio di lettura i bambini delle elementari mi hanno chiesto di leggere loro una storia sulle emozioni e alla fine quella più emozionata ero sempre io, ma giuro che mi impegnavo a fare le voci dei vari personaggi!
4. Pane e pomodoro. 
5. Quando una bambina di otto anni ha aperto il dizionario alla pagina minerali e ha trovato un'immagine con sotto scritto ambra e mi ha detto: "Così quando te ne vai ci avrai lasciato comunque un ricordo di te!"
6. Quando una bambina di sei anni mi si è seduta in braccio e mi ha abbracciata dicendomi che le ricordavo un peluche e che ero morbida.
7. Quando al mare con i bambini delle elementari abbiamo giocato in acqua tutti insieme e noi grandi avevamo tre, quattro pargoli avvinghiati addosso. 
8. La pasta al pesto.
9. Quando ho imparato tre parole LEGGERE, STUDIARE, DISEGNARE nel linguaggio dei segni.
10. La maglietta #Doposkuola dipinta dai bambini delle elementari l'estate scorsa.
11. Quando siamo stati a fare rafting nel fiume e abbiamo pagaiato tutti insieme!






  


Adesso avete capito perché il mio Doposkuola è speciale...



Motto personalissimo: "Potere ai piccoli!"